Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ


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Informativa e consenso per l’uso dei cookie

 

  1. Cosa sono i cookie?

I cookie sono piccoli file di testo che i siti visitati dagli utenti inviano ai loro terminali, ove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla visita successiva. I cookie delle c.d. “terze parti” vengono, invece, impostati da un sito web diverso da quello che l’utente sta visitando. Questo perché su ogni sito possono essere presenti elementi (immagini, mappe, suoni, specifici link a pagine web di altri domini, ecc.) che risiedono su server diversi da quello del sito visitato.

  1. A cosa servono i cookie?

I cookie sono usati per differenti finalità: esecuzione di autenticazioni informatiche, monitoraggio di sessioni, memorizzazione di informazioni su specifiche configurazioni riguardanti gli utenti che accedono al server, memorizzazione delle preferenze, ecc.

  1. Cosa sono i cookie “tecnici”?

Sono i cookie che servono a effettuare la navigazione o a fornire un servizio richiesto dall’utente. Non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare del sito web.

Senza il ricorso a tali cookie, alcune operazioni non potrebbero essere compiute o sarebbero più complesse e/o meno sicure, come ad esempio le attività di home banking (visualizzazione dell’estratto conto, bonifici, pagamento di bollette, ecc.), per le quali i cookie, che consentono di effettuare e mantenere l’identificazione dell’utente nell’ambito della sessione, risultano indispensabili.

  1. I cookie analytics sono cookie “tecnici”?

No. Il Garante (cfr. provvedimento dell’8 maggio 2014) ha precisato che possono essere assimilati ai cookie tecnici soltanto se utilizzati a fini di ottimizzazione del sito direttamente dal titolare del sito stesso, che potrà raccogliere informazioni in forma aggregata sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito. A queste condizioni, per i cookie analytics valgono le stesse regole, in tema di informativa e consenso, previste per i cookie tecnici.

  1. Cosa sono i cookie “di profilazione”?

Sono i cookie utilizzati per tracciare la navigazione dell’utente in rete e creare profili sui suoi gusti, abitudini, scelte, ecc. Con questi cookie possono essere trasmessi al terminale dell’utente messaggi pubblicitari in linea con le preferenze già manifestate dallo stesso utente nella navigazione online.

  1. È necessario il consenso dell’utente per l’installazione dei cookie sul suo terminale?

Dipende dalle finalità per le quali i cookie vengono usati e, quindi, se sono cookie “tecnici” o di “profilazione”.

Per l’installazione dei cookie tecnici non è richiesto il consenso degli utenti, mentre è necessario dare l’informativa (art. 13 del Codice privacy). I cookie di profilazione, invece, possono essere installati sul terminale dell’utente soltanto se questo abbia espresso il proprio consenso dopo essere stato informato con modalità semplificate.

  1. In che modo il titolare del sito deve fornire l’informativa semplificata e richiedere il consenso all’uso dei cookie di profilazione?

Come stabilito dal Garante nel provvedimento indicato alla domanda n. 4, l’informativa va impostata su due livelli.

Nel momento in cui l’utente accede a un sito web (sulla home page o su qualunque altra pagina), deve immediatamente comparire un banner contenente una prima informativa “breve”, la richiesta di consenso all’uso dei cookie e un link per accedere ad un’informativa più “estesa”. In questa pagina, l’utente potrà reperire maggiori e più dettagliate informazioni sui cookie scegliere quali specifici cookie autorizzare.

  1. Come deve essere realizzato il banner?

Il banner deve avere dimensioni tali da coprire in parte il contenuto della pagina web che l’utente sta visitando. Deve poter essere eliminato soltanto tramite un intervento attivo dell’utente, ossia attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante.

  1. Quali indicazioni deve contenere il banner?

Il banner deve specificare che il sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di “terze parti”, che consentono di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze dell’utente.

Deve contenere il link all’informativa estesa e l’indicazione che, tramite quel link, è possibile negare il consenso all’installazione di qualunque cookie.

Deve precisare che se l’utente sceglie di proseguire “saltando” il banner, acconsente all’uso dei cookie.

  1. In che modo può essere documentata l’acquisizione del consenso effettuata tramite l’uso del banner?

Per tenere traccia del consenso acquisito, il titolare del sito può avvalersi di un apposito cookie tecnico, sistema non particolarmente invasivo e che non richiede a sua volta un ulteriore consenso.

In presenza di tale “documentazione”, non è necessario che l’informativa breve sia riproposta alla seconda visita dell’utente sul sito, ferma restando la possibilità per quest’ultimo di negare il consenso e/o modificare, in ogni momento e in maniera agevole, le proprie opzioni, ad esempio tramite accesso all’informativa estesa, che deve essere quindi linkabile da ogni pagina del sito.

  1. Il consenso online all’uso dei cookie può essere chiesto solo tramite l’uso del banner?

No. I titolari dei siti hanno sempre la possibilità di ricorrere a modalità diverse da quella individuata dal Garante nel provvedimento sopra indicato, purché le modalità prescelte presentino tutti i requisiti di validità del consenso richiesti dalla legge.

  1. L’obbligo di usare il banner grava anche sui titolari di siti che utilizzano solo cookie tecnici?

No. In questo caso, il titolare del sito può dare l’informativa agli utenti con le modalità che ritiene più idonee, ad esempio, anche tramite l’inserimento delle relative indicazioni nella privacy policy indicata nel sito.

  1. Cosa deve indicare l’informativa “estesa”?

Deve contenere tutti gli elementi previsti dalla legge, descrivere analiticamente le caratteristiche e le finalità dei cookie installati dal sito e consentire all’utente di selezionare/deselezionare i singoli cookie.

Deve includere il link aggiornato alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali il titolare ha stipulato accordi per l’installazione di cookie tramite il proprio sito.

Deve richiamare, infine, la possibilità per l’utente di manifestare le proprie opzioni sui cookie anche attraverso le impostazioni del browser utilizzato.

  1. Chi è tenuto a fornire l’informativa e a richiedere il consenso per l’uso dei cookie?

Il titolare del sito web che installa cookie di profilazione.

Per i cookie di terze parti installati tramite il sito, gli obblighi di informativa e consenso gravano sulle terze parti, ma il titolare del sito, quale intermediario tecnico tra queste e gli utenti, è tenuto a inserire nell’informativa “estesa” i link aggiornati alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti stesse.

  1. L’uso dei cookie va notificato al Garante?

I cookie di profilazione, che di solito permangono nel tempo, sono soggetti all’obbligo di notificazione, mentre i cookie che hanno finalità diverse e che rientrano nella categoria dei cookie tecnici, non debbono essere notificati al Garante.

  1. Quando entrano in vigore le misure prescritte dal Garante con il provvedimento dell’8 maggio 2014?

Il Garante ha previsto un periodo transitorio di un anno a decorrere dalla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale per consentire ai soggetti interessati di mettersi in regola. Tale periodo terminerà il 2 giugno 2015.

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Il Disturbo dell’attenzione

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Manifestazioni essenziali del disturbo sono: distraibilità, impulsività, iperattività.

Le alterazioni possono ricadere in qualcuna o in tutte le aree con grado di gravità variabile. Le manifestazioni del disturbo si hanno a casa, a scuola e in situazioni sociali. Tuttavia, alcuni soggetti, evidenziano sintomi solo in circostanze circoscritte come durante le lezioni scolastiche, qualora sia richiesta un’elevata concentrazione (ascoltare, svolgere compiti…).

* A scuola il deficit attentivo riguarda l’incapacità del soggetto nell’applicarsi ai propri compiti, sì da riuscire a portarli a compimento e  nell’organizzare/completare, in modo corretto, il lavoro assegnato.

Incapacità che si manifesta, dunque, nel non riuscire a seguire le richieste e le istruzioni, nonché nel passaggio che il soggetto effettua da un’attività ad un’altra senza, però, averne completato alcuna. In tutto ciò, il bambino pare non ascoltare o non sentire ciò che gli si dice.

* Con i coetanei il problema si manifesta, per lo più, nell’incapacità a seguire le regole dei giochi strutturati o ad ascoltare gli altri. Ciò che emerge e si manifesta in situazioni di tal fatta è l’impulsività: commenti fuori luogo, risposte date prima che la domanda sia terminata –  anche per non riuscire ad aspettare il proprio turno nelle attività di gruppo e ad aspettare le istruzioni prima del compito -, interrompendo durante le lezioni e/o parlando coi compagni mentre si lavora, specie se è richiesto il silenzio.

Con i pari, l’impulsività sta nell’incapacità di aspettare il proprio turno e impegnarsi in attività potenzialmente pericolose e non considerarne le conseguenze.

* L’iperattività, riguarda la difficoltà a rimanere seduti, il saltellare eccessivo in giro, correre senza meta, manipolare gli oggetti, contorcere il corpo, rumoreggiare. Con i coetanei è presente un chiacchierio eccessivo, l’incapacità a giocare tranquillamente o regolare la propria attività alle norme dei giochi.

Tutte queste manifestazioni comprendono: bassa autostima, labilità dell’umore, bassa tolleranza alla frustrazione, esplosiomi di collera, scarso rendimento scolastico.

QUALI sono le MANIFESTAZIONI del DISTURBO da DEFICIT di ATTENZIONE con IPERATTIVITA’?

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CRITERI PER LA GRAVITA’ DEL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE CON IPERATTIVITA’

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QUALI SONO LE TENTATE SOLUZIONI PER TALE DISTURBO?

In riferimento alle manifestazioni proprie del disturbo, i genitori e gli insegnanti, agiscono diverse – tentate – soluzioni, affinché il proprio figlio/alunno, riporti i suoi comportamenti entro schemi adeguati ai diversi contesti (scolastici, sociali…). I suddetti tentativi di porre rimedio a queste situazioni, appartengono essenzialmente a due categorie  e sono:

  1. RICHIESTE DIRETTE e INDIRETTE di cessazione o diminuzione del comportamento problematico;
  2. CREAZIONE del CASO.

Questi tentativi posti in essere al fine di correggere la situazione, portano – tuttavia – all’effetto opposto a quello desiderato, contrariamente, alle intenzioni di genitori, insegnanti ed educatori e ad esacerbare il problema stesso.

Ciò che avviene è che, inizialmente, si tenta di far cessare il comportamento attraverso richiami e spiegazioni. I primi (i richiami) aumentano con l’aumento dell’intesità degli atti disturbanti e, quando i richiami stessi divengono inefficaci, si passa ai rimproveri e, nel contempo, ad aumentare l’attenzione generale verso la persona. Aumenta, anche, il tentativo di coinvolgerlo in atti di lavoro o di gioco: assumere ruoli particolari studiati ad hoc per occuparlo.

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Cosa accade?

Accade che l’insegnante, l’educatore, il genitore, inizia a dedicarsi – quasi – a tempo pieno del soggetto in questione, aumentando – il più delle volte – il suo comportamento disturbante dal quale il soggetto stesso, trae un vantaggio secondario. Il beneficio che è tratto dai sintomi è relativo all’auto, al conforto, alla cura che le altre persone hanno per lui, soprattutto se, tali persone se ne sono disinteressate realmente – o nel loro immaginario – per molto tempo.

Sono, appunto, i benefici secondari ad alimentare i sintomi stessi. La psicologia dell’apprendimento spiega questo con le “proprietà di rinforzo” che le risposte di attenzione hanno, rispetto ai disturbi. Successivamente al fallimento dei primi tentativi, si passa alle punizioni. Tuttavia, le tentate soluzioni sono agite in modo differente: a volte prima si ignora e poi si usano le punizioni; altre volte si opta per il contrario.

Per quanto attiene all’ignorare il comportamento, si può senz’altro dire che questo non produce risultati, a meno che non si tratti di un ignorare sistematico. Invero, l’alternanza di attenzione e disattenzione rafforza lo stesso comportamento disturbante e, rafforza il modo intermittente, la risposta.

Altra soluzione tentata è quella chiamata “creazione del caso” . Il genitore, l’insegnante, l’educatore intervengono attraverso il coinvolgimento di psicologi, pedagogisti, ecc. che formulano classificazioni psicopatologiche e creano quell’etichetta patologica che pone nel soggetto la motivazione del modo di fare nel soggetto stesso, piuttosto che nel contesto o nella struttura.

Tale soluzione crea la patologia proprio con la valutazione del bambino in chiave psicopatologica. I genitori sono sollecitati ad occuparsi di più del bambino tanto da creare anche a casa, le stesse soluzioni che si tentano in classe.

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Pertanto l’allievo è:

  1. investito, in classe, da richieste continue di cessazione del comportamento che, spesso, sfugge al suo controllo cosciente;
  2. a casa coi genitori che fanno le stesse richieste;
  3. nella vita, ha un’etichetta che lo stigmatizza e fa sì che gli altri si aspettino da lui, quei comportamenti.

 

 

Nel prossimo articolo: STRATEGIE e TECNICHE COMUNICATIVE per la SOLUZIONE del PROBLEMA


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Le emozioni (dei bambini) che creano disagio negli adulti

Educare alle emozioni, significa lasciare il giusto spazio (fisico e mentale) a ciò che i bambini provano e sentono. Favorire nei bambini il riconoscimento del loro valore e dell’importanza che le emozioni stesse, hanno.

In tal senso, prima o poi, si verrà a patti con emozioni forti quali: la rabbia, la paura, l’odio, il risentimento, la relazione con la morte. Sono molti, infatti, i bambini che hanno vissuto l’esperienza con la morte di qualcuno a loro caro e hanno bisogno di essere aiutati a comprenderla come evento doloroso e, nel contempo, come aspetto naturale della vita.

Lavorando con i bambini, emerge quanto parlino spesso della morte: raccontano di aver perso il cagnolino, il gatto, il nonno, un cugino e l’intensità del dolore è sì devastante da andare al di là delle parole che usano per esprimersi.

La RABBIA Bambino-arrabbiato

Sono moltissimi i bambini arrabbiati e nessuno li ascolta veramente. Pur di attirare l’attenzione, pur di essere aiutati, compresi, guardati – sia in famiglia, sia a scuola -, fanno davvero di tutto. Tali comportamenti provocatori e indisponenti sono solo una difesa e una protezione da dolori e vuoti emozionali.

La PAURA

12870001517t0Kg9I bambini hanno tante paure e tutte diverse e affatto banali: paura di morire, di essere abbandonato, della separazione dei genitori, della fine del mondo, della morte, della malattia fisica e mentale, delle “forme” della notte, dei passi in camera, dei fantasmi, dei serpenti…

Entrare in relazione profonda e significativa con i bambini è mettersi in discussione e gestire ciò che emerge dei bambini, in modo equilibrato e competente, con rispetto e  accoglienza nelle loro espressioni; senza censura e/o giudizi, paure, convogliando il tutto nella “rassicurante” attività di gioco che consenta loro di vivere le emozioni come naturali.

Nel dare alle emozioni e ai sentimenti, forma, colore e suono, i bambini divengono più forti, liberi e imparano ad usare le loro energie per apprendere ed per essere felici. Permettendo ai bambini di manifestare il loro mondo interiore e di spiegare i loro pensieri, i loro sogni e tutto ciò che hanno nel cuore, non accadrà mai nulla di male. Al contrario, avviene che il loro modo di essere sarà più carico di sicurezza, energia e motivazione: migliorano le loro prestazioni scolastiche, la loro attenzione e l’interesse, nonché il bisogno di dialogo e vicinanza emotiva.

relazioni in movimento

Anche con i pari, la relazione si caratterizza da un incremento dell’empatia e della solidarietà. Contemporaneamente, migliora anche la relazione con l’adulto con il quale il bambino impara a rapportarsi con maggiore fiducia.

Per tale motivo è indispensabile ricordare che

BISOGNA TEMERE CIO’ CHE NASCONDIAMO E NON CIO’

CHE ESPRIMIAMO, QUALUNQUE COSA SIA!


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Valutazione psicodiagnostica e trattamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono caratterizzati da grandi difficoltà nell’acquisizione delle abilità scolastiche di base (lettura, scrittura, calcolo) in presenza di capacità cognitive adeguate e in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali.

Tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento quello che ha da sempre ricevuto maggior attenzione è sicuramente la dislessia: si manifesta con grandi difficoltà a imparare a leggere, la lettura è lenta e/o con molti errori (vengono confuse le lettere, v con f, d con b ecc.), la prestazione in lettura risulta sempre inferiore rispetto a quanto atteso dal grado di scolarità.

Spesso è compromessa anche la scrittura: il bambino fa molti errori di ortografia (ad es. scambia o salta le lettere quando scrive, in questo caso si parla di disortografia), in alcuni casi vi sono anche grosse difficoltà a livello dei processi di realizzazione grafica, per cui la calligrafia risulta spesso illeggibile (disgrafia).

Il bambino può invece fare molta fatica a fare i calcoli (anche semplici addizioni, sottrazioni) piuttosto che a imparare le tabelline nonostante l’intenso esercizio o anche solo a leggere e a scrivere i numeri (discalculia). Tali disturbi possono presentarsi isolatamente, ma sono più spesso presenti contemporaneamente.

Una volta riconosciuto il disturbo, è possibile programmare cicli di intervento specifici e personalizzati, lavorare in collaborazione con la scuola e mettere in atto le disposizioni previste dalla normativa vigente in materia di DSA (ad es. la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento dei compiti in classe, l’uso della calcolatrice ecc.).


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Diagnosi

Si struttura in una serie di incontri a seconda della natura della richiesta e delle caratteristiche del paziente.

Durante il percorso di conoscenza, mi avvalgo del racconto della storia anamnestica e di alcuni strumenti testici (questionari, test, valutazioni osservative, disegni).

Il tipo di tecniche e strumenti usati variano di volta in volta in base al contesto, allo scopo della valutazione, al tipo di difficoltà dei soggetti valutati, alla loro età.

Nel corso dell’ultimo incontro spiego le caratteristiche psicologiche, emotive e cognitive emerse dal lavoro svolto insieme e propongo il percorso che ritengo più opportuno per il recupero delle difficoltà, sempre in completo accordo col paziente

 

 


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Servizi per la Diagnosi ed il Trattamento dei Disturbi dell’Apprendimento e del Comportamento

Cosa Faccio?
Valutazione delle Difficoltà e Rieducazione delle difficoltà dell’Apprendimento.
Valutazione dello Stato degli Apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione, ecc.)
Profilo Neuropsicologico delle Funzioni Specifiche (abilità fonologiche/lessicali, processi, etc.)
Rieducazione Funzionale con l’uso di Software Riabilitativi e Schede specifiche (sedute individuali)
Conduzione di Parent Training per ADHD
Strategie psicoeducative per Impulsività e Attenzione
Metodo di Studio, bassa Motivazione o Ansia Scolastica.
Collaborazione e Formazione per Insegnanti ed Operatori (Psicologia, Neuropsichiatria Infantile, Logopedia):
  • Dislessia, Disortografia, Disgrafia, Discalculia e Difficoltà di Studio Emotivo-Motivazionali.
  • Orientamento Scolastico con la Valutazione ed il Potenziamento delle proprie abilità di studio.

 

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La psicoterapia infantile

La psicoterapia infantile è l’occasione umana e tecnica offerta dal terapeuta al bambino perché egli possa:

  •       stabilire un buon rapporto con una persona particolare;
  •       avere la possibilità di esprimersi liberamente per ottenere una liberazione di realtà emotive e cognitive solitamente represse;
  •       prendere coscienza dei conflitti e penetrare a fondo nell’inconscio;
  •       realizzare un buon contatto con l’ambiente e sublimare le tendenze istintuali sintomatiche.

 

Quali le funzioni del terapeuta?

Il terapeuta non è la “madre buona” che sostituisce la madre vera e di cui molti autori parlano, né la figura significativa  che ne sostituisce un’altra come il padre, il maestro, il medico.

Il terapeuta è un professionista che fa terapia rapportandosi da adulto, al bambino e usando tecniche – soprattutto ludiche, ma anche verbali – che gli consentono di conoscere il bambino, di interagire con lui per portarlo a chiarire le situazioni conflittuali nevrotiche o psicotiche, che vive.

Si potrebbe usare l’espressione della “madre buona”, ma solo in riferimento all’ “ambiente relazionale” nel quale si struttura l’ “alleanza terapeutica” tra il professionista e il bambino.

Si tratta di un ambiente autenticamente caldo, accogliente e non giudicante, nonché elastico e in funzione dei ritmi e delle necessità di quel particolare bambino in quel particolare momento della sua vita.

Attraverso l’alleanza terapeutica che il professionista instaura col bambino, può esserci la crescita e, talora, la ricostruzione della fondamentale fiducia di base. La percezione del Sé è, infatti, la base su cui le risposte e le sensazioni, i pensieri e i comportamenti provocati dall’ambiente, acquistano significato.

Per tale ragione è necessario che il bambino prenda coscienza della propria realtà intrapsichica, riflettendo su come vede il mondo e gli altri intorno a lui, per poter meglio agire e interagire con l’ambiente nel quale vive. L’alleanza terapeuta, allora, consente quel particolare clima utile alla maturazione interiore del bambino attraverso il giusto sostegno terapeutico, quale barriera protettiva, flessibile e, nel contempo, salda, che aiuti i bambini a procedere senza paure nella ricerca dei nuovi adattamenti alle realtà e alle esperienze che vive.

Il terapeuta, a ben vedere, ha da dare il giusto sostegno con un’adeguata preparazione tecnica, con doti umane di empatia e amore per l’infanzia, doti radicate profondamente in lui che permetteranno al suo atteggiamento d’essere percepito come accettante, gratificante, accogliente nella situazione terapeutica.

L’amore è, in ultima analisi, la condicio sine qua non di ogni psicoterapia infantile che ogni terapeuta, insieme ai genitori, ai maestri e chiunque sia in contatto con l’infanzia, deve avere al fine di garantire una crescita equilibrata e serena.

“La psicologia e la psicoterapia come scienza, sono dichiaratamente interessate all’uomo, ma non sono principalmente interessate al malato, bensì all’uomo in quanto tale” (Binswanger, 1956) e al bambino in quanto tale.

Ed è proprio al bambino come “persona” il soggetto del metodo psicoterapeutico; un bambino considerato nel suo relazionarsi soggettivo e oggettivo agli aspetti dell’ambiente che lo circonda e alle persone che ne fanno parte. Il terapeuta, si rapporta così all’infante come “persona-nel-suo-mondo”, come soggetto della sua realtà.

Il bambino ha il diritto di avere una realtà caotica nel momento in cui non è riuscito a costruirsi una realtà diversa. Non va trattato come soggetto facilmente manipolabile dall’adulto e il terapeuta sapendo questo, agisce inducendo alla normalità il bambino per il quale funge come modello.

Questo è, purtroppo, l’errore nel quale incorrono molti insegnanti, genitori e terapeuti infantili, che utilizzano la repressione data dal potere educativo che gli è dato, difendendo gli adulti dai conflitti che, inevitabilmente, son prodotti nella relazione adulto-bambino.

Una difesa che – attraverso il “far del bene al bambino” – costringe entro schemi adattivi e comportamenti propri dell’adulto stesso. In tal modo, l’adulto, evita la fatica e il rischio della continua messa in discussione di tali schemi, interferendo con l’equilibrio interiore, dinamico, flessibile della crescita del fanciullo.

Si tratta, dunque, di tener in considerazione in modo quasi simultaneo, tutto ciò che concerne l’esistenza del bambino e che contempla l’essere in relazione con altre persone le quali hanno un mondo proprio, propri bisogni, fallimenti, delusioni che, sovente, emergono con ipervalutazioni o iperstimolazioni del bambino stesso. La terapia ha come finalità anche quella di tener presente tali realtà, tali mondi propri delle persone che sono in relazione col bambino, per far sì che il terapeuta non finisca per “aggiustare la barchetta (il bambino) che imbarca l’acqua di un mare più o meno agitato” e considerando l’acqua imbarcata come fragilità della barchetta, come forze funzionali o disfunzionali che favoriscono i suoi movimenti, le “correzioni” da apportare, senza dimenticare il mare che ha contribuito a produrre talune situazioni di sofferenza e difficoltà.

Il tutto per favorire la ripresa della navigazione della barchetta stessa, in acque sicure e verso la giusta direzione in modo autonomo.