Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

La timidezza nei bambini


Un’esperienza universale



La timidezza è un’esperienza universale, che interessa tutti, chi più, chi meno. Non è dunque una patologia, ma una caratteristica della personalità, che può raggiungere diverse intensità. Nella timidezza, possiamo distinguere la condizione di timidezza cronica (che interessa il 4% della popolazione), quella che riguarda particolari circostanze (condizione che riguarda la maggior parte delle persone cosiddette normali) e la timidezza estroversa, che riguarda coloro che apparentemente sembrano aperti e socievoli, ma che nel profondo nascondono delle insicurezze (si stima che questi siano il 20% della popolazione).
Vere e proprie patologie invece sono considerati il disturbo di ansia sociale e il disturbo da personalità evitante, che sono infatti descritti nel DSM IV, il manuale statistico-diagnostico utilizzato dagli psichiatri per formulare le diagnosi.


Come capire se è davvero un problema

Il bambino timido è generalmente ansioso e particolarmente inibito quando si trova ad interagire con altre persone, specialmente se queste sono autorevoli (come ad esempio l’insegnante, il parroco ecc.), sconosciute o se la situazione richiede che ci si esprima di fronte ad altre persone. La maggior parte dei bambini avverte un po’ di timidezza, ma ce ne sono alcuni che cominciano ad avvertire i sintomi dell’ansia sociale sin da piccoli.

Vediamo le caratteristiche e la sintomatologia del bambino che soffre di timidezza cronica (non occasionale):

  • Pochi amici (o nessuno)
  • Rifiuto di partecipare alle attività sociali (giochi, sport, recite scolastiche ecc.)
  • Alti livelli di ansia, che si manifesta attraverso somatizzazioni (tremori, sudori, rossori ecc.)
  • Scarsa autostima
  • Terrore del giudizio altrui e delle ‘brutte figure’.

Le cause

Le cause della timidezza sono molteplici e spesso sono abbinate tra loro. Anzitutto si parla di cause genetiche, cioè derivanti da fattori ereditari (in genere anche i genitori del bambino timido lo sono); poi vi sono aspetti di personalità che possono influire, come una sensibilità particolare e/o una timorosità che spingono a ritrarsi dall’azione. Particolarmente importante, per lo stabilirsi nel bambino di una timidezza cronica (o di un disturbo di ansia sociale) è la relazione familiare, quella che si stabilisce con le principali figure di riferimento: i genitori.
Alcuni comportamenti producono delle conseguenze ‘tipiche’, come ad esempio:

Giudizi severi / Insicurezza

Alcuni genitori, pur occupandosi  regolarmente dei propri figli, non sentono, fra i loro doveri parentali, quello di manifestare accoglienza, affetto, sostegno, nei confronti dei figli. La loro severità e distanza affettiva genera insicurezza nel bambino e lo predispone alla timidezza.

Critiche eccessive / Perdita dell’autostima

I bambini che sperimentano continue critiche al loro operato sviluppano un’ansia da prestazione che genera un circolo vizioso: paura della prestazione-brutta figura-perdita dell’autostima-evitamento sociale. La situazione è pericolosa perché la mancanza di autostima ostacola un armonico sviluppo psico-sessuale della personalità e crea le fondamenta di una futura patologia.

Aspettative eccessive / Paura di fallire

I genitori che non sono riusciti a realizzare i loro obiettivi di vita, spesso cercano delle compensazioni nei figli, spingendoli verso traguardi che vanno al di là delle loro possibilità o motivazioni. Da qui nasce la paura di fallire, di tradire le aspettative delle persone care e lo sviluppo di sensi di colpa nei loro confronti. La paura del fallimento è un’altra causa della cronicizzazione della timidezza.

D’altra parte, anche dei genitori ultra-protettivi possono contribuire a rendere inibito e timoroso il comportamento del bambino, che non conquista mai l’autonomia personale e soffre moltissimo per i suoi sensi di inadeguatezza.

Le strategie per affrontare il problema

La ristrutturazione cognitiva ha l’obiettivo di modificare pensieri, atteggiamenti e comportamenti della persona, in modo da migliorare il suo funzionamento cognitivo. Vi sono infatti alcuni fattori, affettivi ed emozionali, che impediscono all’individuo di interagire con l’ambiente in modo adattivo e pertanto si definiscono disfunzionali, cioè inadeguati. Esempi:

Genitori

Ad esempio, molti genitori parlano apertamente del proprio figlio davanti a lui. Questo è un comportamento molto rischioso, perché non si può pensare

1. che il bambino, anche se appare distratto, non ascolti tutto ciò che il genitore dice di lui

2. che comprenda esattamente il significato di quello che il genitore voleva dire di lui (specie se è molto piccolo)

3. che non si senta in imbarazzo se alcune cose che riguardano al sua intimità vengono dal genitore rivelate pubblicamente, lasciando il piccolo senza difese e sperimentando il senso della vergogna.

Un comportamento più funzionale del genitore, in questo caso, potrebbe essere descritto come cose da evitare e cose da fare.

Cosa evitare: 

– Non parlare del figlio in sua presenza (specie se si vuole esprimere delle critiche o dei giudizi negativi sul suo conto);

– Non raccontare con superficialità e leggerezza gli importanti segreti del bambino;

– Non etichettare mai il proprio figlio, specie in sua presenza, come svogliato, timido, imbranato ecc., perché il bambino tende a credere e fare sue queste valutazioni sul suo conto, che provengono da una figura significativa come un genitore;

– Non criticare o prendere in giro il figlio per le proprie insicurezze e fare attenzione che neanche gli altri lo facciano (dai nonni ai bulletti della scuola)

Cosa fare:

I genitori dovrebbero cercare di aprirsi, di rendersi disponibili verso i propri figli, ad esempio:

– Dare sempre utili suggerimenti al posto delle critiche;

– Raccontare le proprie esperienze, le proprie insicurezze durante l’infanzia e l’adolescenza, le strategie utilizzate per superarle e gli obiettivi raggiunti;

– Accompagnare il proprio figlio verso persone e situazioni nuove proponendosi come modello positivo. (Non si può pretendere infatti che il proprio figlio non sia timido e insicuro se sono i genitori i primi ad evitare tutte le situazioni sociali e le interazioni con gli altri);

– Aprire le porte della propria casa, invitando per primi altre persone, anche poco conosciute, per intrecciare relazioni con gli altri e far uscire la propria famiglia dall’isolamento;

– Dare al proprio figlio degli obiettivi da raggiungere, che siano a breve termine ed alla sua portata. Ogni successo va poi celebrato degnamente.

– Attuare un sistema di ricompense, per cui tutto ciò che fa il bambino e che viene considerato positivo va lodato e premiato, mentre quello che viene considerato negativo va considerato con indifferenza.

Figli    

Anche nei figli si possono riscontrare dei pensieri disfunzionali che possono essere opportunamente modificati.

Pensieri disfunzionali:

– Sono così e non cambierò mai;

– Non sono portato per fare certe cose;

– Gli altri non mi cercano perché valgo poco;

– Non sono capace a fare bene le cose come gli altri;

– Non imparerò mai a fare bene come gli altri.

Pensieri funzionali:

– Questa volta non è andata bene, la prossima andrà meglio;

– Se mi impegno di più, avrò dei risultati migliori;

– Se non sono io il primo ad essere aperto verso gli altri, non posso pensare che gli altri lo siano nei miei confronti.

I risultati dipendono dall’impegno: a volte però c’è l’impegno, ma non c’è il metodo, non c’è la condizione favorente, non c’è il modello da imitare ecc. Occorre insegnare al proprio figlio che tutti gli obiettivi possono essere raggiunti, se solo si riesce a fare in modo che il proprio personale tipo di intelligenza e le proprie abilità (logiche, creative, manuali, ecc.) riescano ad esprimersi nel migliore dei modi. Tutti possono infatti avere intelligenza e abilità, ma non è detto che queste siano qualitativamente uguali per tutti: ognuno deve trovare la sua strada, il suo metodo e soprattutto imparare dai propri errori, senza demonizzarli.

Ma la timidezza è sempre un problema?

Non sempre: un po’ di timidezza anzi favorisce l’intelligenza e le capacità di interazione. E’ come per la paura: se non vi fosse l’emozione della paura, potremmo mettere in pericolo la nostra vita. La paura ha quindi una finalità adattiva. Allo stesso modo, la timidezza può aiutare a prepararsi meglio, anticipando le possibili critiche che possono essere fatte al proprio lavoro, o alla propria prestazione. Riflettendo su sé stessi, osservando con maggiore attenzione il comportamento degli altri, essendo più modesti e riservati, si evitano inutili conflitti interpersonali e si raggiungono obiettivi che talvolta l’eccesso di fiducia in se stessi impediscono di ottenere.

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