Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

Bullismo a scuola


La recente attenzione rivolta al fenomeno del bullismo deriva dal triste riscontro dell’aumento dei comportamenti di prepotenza e vittimizzazione nelle scuole italiane.Si stima che oggi in Italia circa un milione e duecentomila studenti delle scuole dell’obbligo siano coinvolti in episodi di bullismo (G.Filoramo, Centro Studi Erickson).

Il fenomeno è particolarmente evidente nei contesti scolastici, ma è presente anche nei gruppi di coetanei in contesti informali.

Una definizione di bullismo largamente condivisa dalla comunità scientifica è quella di D.Olweus, uno dei più importanti studiosi del fenomeno: uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni, ha difficoltà a difendersi ed è inerme di fronte a chi  lo attacca.

Molti studi hanno identificato diverse forme di bullismo, più o meno evidenti, secondo la tipologia di azioni che vengono messe in atto. Alcune azioni possono essere perpetrate attraverso l’uso delle parole (bullismo verbale), per esempio offendendo, beffeggiando, minacciando; altre possono essere commesse con l’uso della forza fisica (bullismo diretto), per esempio picchiando, prendendo a calci, spingendo. Un’altra tipologia di azione offensiva è quella che utilizza  comportamenti, non direttamente rivolti alla vittima (bullismo indiretto), ma che la danneggiano nell’ambito della relazioni interpersonali: attraverso la diffusione di pettegolezzi e calunnie il bullo cerca di isolare ed emarginare la vittima, questi, proprio perché sono comportamenti indiretti, sono poco visibili e riconoscibili.

Tali azioni hanno chiare caratteristiche distintive che permettono di discriminare tale fenomeno, per esempio, dai problemi di aggressività e condotta. Per poter parlare di bullismo occorre, infatti, che il comportamento aggressivo sia agito consapevolmente e deliberatamente, che ci sia quindi intenzionalità da parte del bullo e che sia persistente e cioè si ripeta sistematicamente e si protragga nel tempo. La relazione, inoltre, deve essere  assimetria, improntata sul disequilibrio: il bullo esercita il suo ruolo di potere e controllo e la vittima non riesce a difendersi.

E’ bene sottolineare l’importanza di un’altra caratteristica distintiva e cioè la natura sociale del fenomeno; i soprusi, infatti, sono perpetrati frequentemente alla presenza di altri compagni che assumono ruoli diversi e complementari partecipando più o meno consapevolmente all’azione offensiva, di questo è necessario tenere conto, per comprendere appieno la complessità del problema.

I ruoli che possono essere assunti dagli allievi possono essere così sintetizzati (Menesini, 2003):

– bullo: chi prende attivamente l’iniziativa nel fare prepotenze ai compagni;

– aiutante: chi agisce in modo prepotente ma come “seguace”del bullo;

– sostenitore: chi rinforza il comportamento del bullo, ridendo, incitandolo o semplicemente stando

a guardare;

– difensore: chi prende le difese della vittima consolandola o cercando di far cessare le prepotenze;

– esterno: chi non fa niente ed evita il coinvolgimento diretto o indiretto in situazioni di prepotenza;

– vittima: chi subisce più spesso le prepotenze.

Il potere del bullo sembra essere rafforzato e mantenuto dal sostegno e dall’ammirazione degli aiutanti e dei sostenitori e dalla presenza impaurita e passiva degli osservatori esterni. Sono, infatti, pochi quelli che prendono attivamente le difese della vittima sia per timore di ritorsioni, sia perché le vittime sono spesso impopolari e si teme di essere identificati con esse; altri bambini o ragazzi, invece, ritengono di non doversi occupare di cose che non li riguardano. Il silenzio della maggioranza, di fatto, legittima i bulli a continuare ad agire indisturbati e ad esercitare una leadership negativa che li gratifica enormemente nel loro bisogno di esercitare potere e controllo sugli altri.

Anche il ruolo degli adulti è da considerarsi complementare, là dove il fenomeno si manifesta, infatti, se gli insegnanti assumono il ruolo degli osservatori esterni e non intervengono, la mancanza di risposte adeguate contribuisce fortemente al mantenimento e all’aggravamento del problema e al cristallizzarsi dei ruoli e dei comportamenti aggressivi.

Considerato il silenzio di molte persone che la circondano, la vittima spesso pensa di essere coinvolta in faccende di cui forse è meglio non parlare, di essere in qualche modo responsabile delle prepotenze subite a causa delle proprie caratteristiche personali o a causa della propria incapacità di difendersi e così, spesso, per non aggravare la situazione o per vergogna, decide di tacere e non parlarne nemmeno a casa per non rischiare di percepire, ancora una volta, il proprio senso di inadeguatezza e impotenza.

Perché si possa parlare di bullismo, quindi, bisogna che si instauri un tipo di relazione deviata improntata sull’aggressività che cronicizzandosi crei dei ruoli rigidi da cui è poi difficile uscire, soprattutto per il bullo e per la vittima, entrambi fortemente condizionati dalle dinamiche relazionali presente nel gruppo classe.

Olweus ha elencato alcuni indicatori per l’individuazione di persecutori e vittime.

Indicatori del possibile bullo

Prende in giro ripetutamente e pesantemente, intimidisce, minaccia, ingiuria, beffeggia, mette in ridicolo, comanda, spinge, prende a calci e pugni, danneggia le cose degli altri, ecc. Tende a prendersela soprattutto con i più deboli ed indifesi, alcuni restano dietro le quinte e inducono alcuni loro aiutanti o sostenitori ad agire per loro. Sono presenti anche alcune caratteristiche generali:spesso sono fisicamente più forti delle vittime, hanno un forte bisogno di dominare e sottomettere altri studenti, di affermare se stessi con il potere o la minaccia, di imporre il proprio punto di vista, vantando la propria superiorità sugli altri. Presentano un temperamento bollente, si inquietano facilmente, sono impulsivi e hanno una bassa tolleranza alla frustrazione, hanno difficoltà a rispettare le regole e tentano di acquisire vantaggi anche con l’inganno. Sono oppositivi, insolenti e aggressivi anche con gli adulti, sono considerati duri e rudi e non mostrano empatia verso gli studenti vittimizzati. Non sono ansiosi o insicuri e hanno un’opinione positiva di sé. In età piuttosto precoce prendono parte ad altri comportamenti antisociali tra cui il furto, il vandalismo e l’uso di alcol, frequentano cattive compagnie. Spesso sono sostenuti da un gruppo di compagni. Il rendimento scolastico di solito si abbassa man mano e si accompagna ad un progressivo atteggiamento negativo verso la scuola.

L’aggressività che caratterizza stabilmente tutti i suoi comportamenti sembra essere l’unica modalità conosciuta dal bullo per interagire con gli altri e pianificare i suoi comportamenti.

I bulli persistenti rischiano di andare in contro a disturbi della condotta in età adolescenziale e a problematiche antisociali e devianti anche gravi come l’abuso di sostanze e criminalità nell’età adulta.

Indicatori della possibile vittima

Sono ripetutamente presi in giro in modo pesante, ingiuriati, denigrati, messi in ridicolo, intimiditi, umiliati, minacciati, comandati, dominati, sottomessi. Sono fatti oggetto di derisione in modo non amichevole. Sono aggrediti fisicamente, picchiati, spinti, colpiti con pugni e calci, senza che siano in grado di difendersi in maniera adeguata. Sono coinvolti in litigi o scontri nell’ambito dei quali si dimostrano indifesi. Le loro cose sono danneggiate. Presentano spesso lividi, ferite, graffi o vestiti stracciati senza un’apparente spiegazione, sono spesso soli ed esclusi dal gruppo, tendono a stare vicino all’insegnante, appaiono abbattuti, depressi oppure ansiosi e insicuri, timorosi e riluttanti ad andare a scuola. Accusano mal di testa o di stomaco particolarmente al mattino, scelgono percorsi più lunghi o tortuosi per andare a scuola e tornare a casa. Dormono male e hanno incubi, sembrano infelici, tristi, e mostrano inaspettati cambiamenti di umore, irritazione e scatti d’ira, chiedono o rubano denaro o oggetti per assecondare le richieste dei bulli.  Sono inoltre presenti alcune caratteristiche generali: appaiono generalmente più deboli fisicamente dei compagni, manifestano particolare paura di farsi male, hanno uno scarso coordinamento corporeo, sono cauti, timorosi, timidi, passivi. Hanno una bassa autostima, spesso si rapportano meglio con gli adulti che con i coetanei, generalmente il rendimento scolastico si abbassa progressivamente.

La vittima, che ha una modalità di risposta di tipo reattivo-ansioso, si trova a vivere un forte senso di oppressione, svalutazione e impotenza personale, spesso una pesante emarginazione e solitudine. Le conseguenze possono essere a lungo termine gravi: disistima, ansia, depressione, abbandono scolastico, si sono registrati anche casi di suicidio nei soggetti più deboli e nelle situazioni più gravi.

Le cause sembrano essere legate a diversi fattori che interagiscono tra loro. E’ necessario combinare tra loro caratteristiche ambientali e caratteristiche personali ogni volta che si deve affrontare un problema di tipo psicosociale come per esempio il bullismo. Il clima familiare e gli stili educativi adottati dei genitori sembrano essere i fattori maggiormente responsabili. Un clima fortemente conflittuale con frequenti liti ed episodi di violenza favorisce nel bambino l’apprendimento di uno schema comportamentale aggressivo ma anche uno stile educativo improntato su uno scarso coinvolgimento emotivo, coercizione, trascuratezza, punizioni fisiche, scarsa condivisione e scarso monitoraggio, assenza di regole e di limiti. Per quanto riguarda le famiglie delle vittime appaiono spesso tendenzialmente iperprotettive, coese all’interno ma problematiche e chiuse verso l’esterno. Tra le caratteristiche personali implicate nel problema sembra avere un’incidenza la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro. Sia per il bullo che per la vittima si rileva, infatti, un deficit nel riconoscimento di specifici segnali emotivi, ciò rende problematica la regolazione del proprio comportamento in funzione dell’altro.

Un intervento efficace non può che avere un approccio sistemico e quindi focalizzarsi su più livelli interagenti: la scuola (dirigente scolastico, personale docente e non docente), la classe, le famiglie, l’individuo.

Un consiglio rivolto a tutti i genitori che hanno figli coinvolti in azioni di bullismo subito, è quello di evitare di rivolgersi direttamente ai persecutori o ai loro genitori e di informare e chiedere aiuto al dirigente scolastico  per affrontare congiuntamente il problema.

Sono molte le tecniche di intervento ormai ampiamente sperimentate in questi ultimi anni anche in Italia per affrontare o meglio ancora prevenire il problema, ma il numero di docenti coinvolti in processi di cambiamento non risulta essere, per il momento, elevato. La motivazione che muove a tutti i livelli deve essere il deciso rifiuto di ogni forma di violenza e prevaricazione, per uno sviluppo personale e sociale libero, sano,  armonioso e improntato sul rispetto di se stessi e dell’altro. Ciò che accade a scuola è la cartina di tornasole di quello che avviene a livello macroscopico nella società. E’ necessario quindi rendersi conto della responsabilità e del potere che gli adulti hanno nel prevenire e contrastare il bullismo e conseguentemente un più generalizzato disadattamento sociale che può facilmente degenerare in una spirale di violenza e sopraffazione.

Suggerimenti bibliografici:

Olweus D., Bullismo a scuola, Giunti, Firenze

Fonzi A., Il gioco crudele, Studi e ricerche sui correlati psicologici del bullismo, Giunti, Firenze

Menesini E, Bullismo che fare? Giunti, Firenze

Menesini E, Bullismo: le azioni efficaci della scuola, Erickson, Trento

Lawson S, Il bullismo: suggerimenti utili per genitori ed insegnanti, Editori Riuniti, Roma

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