Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

Quando il bambino non mangia

Come ricorda Gonzáles (2003), c’è qualcosa di più, qualcosa che trasforma l’inappetenza in un problema molto più preoccupante della tosse o del naso che cola. Da una parte la madre tende a credere (o altri le fanno credere) che la colpa sia sua, perché magari non ha preparato adeguatamente il cibo, oppure non ha saputo offrirlo nel modo giusto o non ha educato bene suo figlio. Dall’altra, molte mamme tendono a farne una questione personale. Per esempio la madre prepara da mangiare con tanto amore e dopo due cucchiaiate il bambino sputa tutto. Non solo il figlio è inappetente, ma si permette anche di disprezzare i suoi sforzi in cucina.

Quasi tutte le madri esprimono questo profondo sentimento personale dicendo “non mi mangia”, invece di “non mangia” (Gonzáles, 2003). Alcune sentono il problema come un atto ostile da parte del figlio: “mi rifiuta  la frutta”. Molte piangono quando danno da mangiare ai propri figli. Talvolta la povera creatura è coinvolta in un falso conflitto emozionale. Invece di stabilirsi in termini semplici quali hai fame/non hai fame, la lotta per mangiare può trasformarsi in una trappola del tipo mi vuoi bene/non mi vuoi bene. La madre accusa il bambino di non volerle bene soltanto perché non può mangiare di più. E non poche volte fa intuire al bambino, quando non glielo dice apertamente, che lei cesserà di volergli bene se non mangia.

Cosa fare se tuo figlio non mangia?

Gonzáles (2003, libro da cui è tratto interamente questo articolo), sostiene che se tuo figlio non mangia da diversi mesi o da anni, la situazione non cambierà almeno finché il suo corpo non gli chiederà più cibo, forse verso i 5 anni o forse verso l’adolescenza. Per esempio il figlio di 3 anni non può domani, o il prossimo lunedì, dirti: “Mamma, ci ho pensato e ho deciso che a partire da adesso mangerò tutto quello che mi darai senza protestare. Così comprenderai che ti voglio tanto bene e spero che la nostra relazione migliori dopo questo gesto di buona volontà”. Tua figlia non è capace di pensare questo e, se lo facesse, sarebbe incapace di mantenere la sua promessa (poiché incapace di mangiare più di quello di cui ha bisogno senza ammalarsi).

Quindi, l’unica speranza di un cambiamento dipende solo da te. Tu sì che puoi dire a tuo figlio: “figlio mio, ci ho pensato e ho deciso che a partire da adesso non ti obbligherò a mangiare quando non avrai fame, né ti darò cibi che non ti piacciono”. Tu sì che puoi (sebbene sicuramente ti costerà molta fatica) mantenere la tua parola. È opportuno chiarire che Gonzáles non sta proponendo un nuovo metodo perché il figlio mangi di più. Mangerà come prima, poco più o poco meno. Ma mangerà contento e felice, e in un tempo ragionevole invece di due ore di pianti, litigi e vomiti. È altresì opportuno anche chiarire che non si sta parlando di prendere tuo figlio per fame. L’idea non è: “Sei un bambino maleducato, ora porto via il piatto e saprai cosa significa avere fame. Quando vorrai mangiare me lo chiederai per favore”. Questo, oltre che ingiusto, sarebbe pericoloso; vorrebbe dire iniziare con tuo figlio un braccio di ferro del tipo: “vediamo chi è più testardo”, nel quale solitamente vincono i bambini. Se usato in questo modo, con l’implicazione di un castigo (il che può essere fatto anche senza pronunciare queste parole o addirittura tacendo), il metodo del “non obbligare” non sarà destinato al successo. Ciò che invece Gonzáles sostiene è il rispetto della libertà e dell’indipendenza dei bambini. La formula corretta è: “non hai più fame, tesoro? Bene, allora lavati i denti e vai a giocare”.  In definitiva, è fondamentale non obbligare il figlio a mangiare, con nessun metodo, in nessuna circostanza, per nessun motivo.

Questo vale anche per la fase dell’allattamento. Per non avere conflitti fin dall’inizio, l’essenziale è fidarsi del figlio. Il neonato sa se ha fame, l’orologio no, per cui l’allattamento deve essere richiesto dal bambino e non rispettando orari fissi. I neonati difficilmente succhiano a orario regolare perché è esattamente la variazione dell’orario ciò che permette loro di modificare la composizione del latte per adattarla alla loro necessità. La quantità di latte non dipende dalla madre, ma dal figlio. Ci sono bambini che succhiano molto e bambini che succhiano poco e la quantità di latte sarà sempre, esattamente, quella che il bambino succhia. La produzione di latte è regolata, minuto per minuto, dalla quantità che ha preso il neonato durante la poppata precedente. Se aveva molta fame e ha svuotato completamente il seno, il latte verrà prodotto a gran velocità. Se, invece, il neonato non aveva voglia  e ha lasciato la poppata a metà, il latte verrà prodotto lentamente. Se gli adulti mangiano ad orari fissi è solo perché lo esigono gli obblighi lavorativi.

Normalmente, nei giorni festivi si salta completamente l’orario abituale senza che la salute ne risenta minimamente. Però, nonostante ciò, c’è ancora gente che crede che i bambini si debbano abituare a un orario prestabilito, con vaghi riferimenti alla disciplina o alla digestione. Il pranzo degli adulti può aspettare. Il metabolismo degli adulti lo permette e il cibo sarà lo stesso a qualsiasi ora. Però il bambino non può aspettare. La sua sensazione di fame è impellente e il cibo cambia se si ritarda. Questo perché il latte materno non è un alimento morto ma un tessuto vivo, in costante evoluzione. La quantità di grasso nel latte aumenta molto durante la poppata: il latte che esce all’inizio ha poco grasso e quello che esce alla fine ne ha fino a cinque volte di più. La quantità media di grasso nel latte ad una determinata poppata dipende da tre fattori:

  • Il tempo trascorso dalla poppata precedente (più tempo passa, meno grasso è presente);
  • La concentrazione di grasso alla fine della poppata precedente (maggiore è questa concentrazione e maggiore sarà la concentrazione nella poppata successiva);
  • Il volume ingerito nella poppata attuale.

Se prende latte con meno grassi (e pertanto con meno calorie), il bambino può accettarne un volume maggiore e quindi può assumere più proteine. Inoltre un seno produce più proteine rispetto all’altro (il controllo della composizione del latte è ancora oggetto di ricerca). Può darsi che sia una pura casualità o può darsi che il neonato possa scegliere, succhiando più da un seno che dall’altro, un pasto con più o meno proteine. Quindi il neonato ha un ampio  menù e siccome non può parlare (né il seno potrebbe capirlo, d’altra parte), richiede il suo menù dando istruzioni al seno attraverso tre chiavi:

  • La quantità di latte che prende a ogni poppata (cioè poppando più o meno tempo con maggiore  o minore intensità);
  • Il tempo tra una poppata e l’altra;
  • poppare da un solo seno o da entrambi.

Ciò che il neonato fa con il seno è autentica ingegneria per ottenere ogni giorno esattamente ciò di cui ha bisogno. Il controllo del neonato sulla sua dieta è totale e perfetto quando può variare a volontà le tre chiavi. L’allattamento a richiesta consiste proprio in questo: è il bambino che decide quando deve poppare, per quanto tempo e se deve prendere un seno o tutti e due. Quindi nei casi in cui l’allattamento è a orari fissi, il bambino non può modificare né la frequenza né la durata delle poppate, né decidere se prendere un seno o tutti e due. Dunque è perduto, perché non prenderà il latte di cui ha bisogno, ma quello che per caso “gli tocca”. Il bambino, invece, ha bisogno di succhiare in maniera irregolare perché solo così può ingerire una dieta equilibrata. Dal primo giorno, sebbene apparentemente stia prendendo solo latte, il bambino ha scelto la sua dieta fra un ampio ventaglio di possibilità e ha scelto sempre con successo, tanto in quantità come in qualità

BIBLIOGRAFIA

  • Gonzáles Carlos – “Il mio bambino non mi mangia” – Bonomi Editore, 2003.

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