Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

Il soggetto oppositivo allo specchio: mancanza di autostima

Cosa pensano i bambini DOP? Come valutano se stessi e le loro azioni? Sono contenti del loro modo di essere o vorrebbero cambiare? Chi è estraneo al mondo della neuropsichiatria infantile, di fronte alle condotte prepotenti e aggressive dei  soggetti oppositivi e provocatori, è portato a daregiudizi che però spesso sono lontani dalla verità.

Certo non è difficile cadere in errore perché, osservando il modo in cui questi ragazzini si relazionano con gli altri, si può facilmente credere che essi provino piacere nel suscitare il pianto dei compagni, nel portare gli insegnanti all’orlo della disperazione, nel creare scompiglio e nel rompere tutto ciò che capita loro a tiro.
Si pensa che essi siano fieri di se stessi, che godano nell’essere temuti dagli altri, ma sta proprio qui la nostra cecità, nell’essere incapaci di andare con lo sguardo oltre le immagini apparenti, per cogliere il nocciolo della loro sofferenza.

Il soggetto affetto dal DOP non vive una vita felice e serena, non è contento del suo modo di essere e si duole per le opinioni che le altre persone hanno di lui.
L’immagine che ha di sé è molto svalutante, si considera un incapace, indegno dell’amore altrui e crede che nessuno mai gli potrà essere amico. Si sente rifiutato, ma sa di essere lui stesso la causa del suo isolamento e così sviluppa livelli molto bassi d’autostima e spesso anche dei Disturbi dell’Umore.

Come sostiene Patterson, spesso, questa bassa considerazione che il bambino oppositivo provocatorio ha di se stesso, nasce proprio nell’ambiente domestico.
Il rapporto che questi soggetti hanno con i loro parenti è molto complesso, si tratta di una sorta di coercizione reciproca che, alla lunga, tende a sgretolare l’unità familiare. Sono gli stessi genitori ad attribuire ai loro figli delle etichette, a definirli “insopportabili”, “aggressivi”, “terribili”. Queste espressioni, talvolta dettate da un momento di collera, se ripetute più e più volte, sono interiorizzate dal bambino, diventando delle auto-asserzioni negative che egli ripeterà a sé stesso ogni qual volta si sentirà abbandonato da qualcuno.

Nicole Fabre[6] ci spiega che il bambino difficile soffre molto a causa del suo isolamento ma, in un certo senso lo giustifica. Convinto di non meritare affetto, arriva a considerare normale l’atteggiamento di chi vuole allontanarsi da lui.
Se qualcuno gli si avvicina per instaurare un rapporto, anziché esserne felice, si mostra diffidente e reagisce con il suo repertorio di comportamenti ostili, come a voler mettere alla prova le intenzioni del suo interlocutore. È come se gli chiedesse “Mi vuoi bene anche se ti dimostro che non valgo niente, anche se ti faccio vedere che mi sono preso gioco di te? Mi vuoi bene anche se io stesso sono sicuro di essere un buono a nulla, e sono certo che nessuno mi potrà mai amare?”.

Il soggetto DOP, quindi, è convinto che anche chi cerca di avvicinarsi a lui in veste d’amico, chi dice di volergli bene e di volerlo aiutare, alla fine, imparando a conoscerlo cambierà idea e lo lascerà nuovamente solo, quindi è bene mettere subito alla prova queste persone, verificare il loro grado di sopportabilità, perché tanto anche loro impareranno ad odiarlo ed è meglio che questo accada prima che egli si illuda di poter ancora ricevere affetto.

[6]  Nicole Fabre, Ces enfants qui nous provoquent Éditions Fleurus, France 1998

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