Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

Implicazioni per l’insegnante di classe

      Un commento spesso sentito e atteso, a proposito di un programma per la rieducazione dei problemi di apprendimento della letto-scrittura/dislessia è “Ma questo è un buon insegnamento! Potremmo utilizzare gli stessi principi e metodi con tutti gli alunni della scuola elementare! “. E’ un’affermazione, questa, con la quale non si può non esser d’accordo, poiché non c’è nulla nel Programma di istruzione da utilizzare, che contrasti  con qualsivoglia principio di insegnamento o teoria di apprendimento. Si tratta solamente di stabilire la misura nella quale deve essere applicato per il singolo bambino. Il dottor N. D. Bryant (Some Principles of Remedial Instruction for Dyslexia, “Learning Disorders”), afferma:

Diversi principi sono reiterazioni di principi comuni ad ogni buon sistema di apprendimento. Sono messi in evidenza qui perché le difficoltà dei bambini dislessici sono tali da richiedere una stretta aderenza ai principi generali dell’apprendimento. L’insegnante spesso non tiene conto dei principi generali di apprendimento perché i bambini normali sono talmente capaci di autoistruirsi che l’opportuna violazione dei principi di base non li intralcia a lungo. Può succedere che un bambino dislessico faccia più progressi in una sola sessione di rieducazione ben strutturata che in un anno di insegnamento non finalizzato, perché la violazione dei principi di apprendimento nel suo caso ha prodotto risultati negativi e un senso di confusione e fallimento. La rieducazione che on è di aiuto sarà probabilmente dannosa.

      In altre parole, se nelle nostre prime classi seguiamo metodi e principi atti a garantire i progressi soddisfacenti di ogni bambino, potremo non solo fornire un intervento precoce al bambino con gravi difficoltà di apprendimento in modo che superi i suoi problemi, ma potremo anche insegnare con successo al bambino che non è abbastanza bravo per raggiungere un buon traguardo, ma i cui risultati non sono così scadenti da imorre il suo inserimento in un programma di rieducazione.

      In sintesi, c’è il forte bisogno di un approccio didattico diagnostico-prescrittivo nell’insegnamento di tutte le materie, nel senso che l’insegnante deve essere pronto ad identificare i bisogni d’istruzione del bambino e ad intervenire con i materiali e i metodi adatti, allo scopo di raggiungere i risultati desiderati. E’ comunque l’area linguistica che è cruciale per il successo nelle altre materie e, piuttosto che trattare superficialmente una varietà di temi è necessario focalizzarsi in quest’unica areaa.

      Innanzitutto c’è da dire che le difficoltà di apprendimento sono identificabili ed in larga misura risolvibili; la definizione “difficoltà di apprendimento” non è polivalente, ma indica una serie di sintomi che riguardano in qualche misura una percentuale considerevole della popolazione; specifici approcci didattici possono essere adottati nei confronti dei soggetti con deficit di percezione o di apprendimento del linguaggio o dislessia; gli stessi principi didattici possono essere applicati in specifici approcci per altre aree deficitarie; ogni insegnante dovrebbe studiare, nella sua formazione di base, i metodi di apprendimento da adottare con bambini con problemi di apprendimento della letto-scrittura/dislessia, perchè costituiscono la base di una didattica efficace; questi metodi e principi usati anche nelle classi normali aiuterebbero a migliorare l’apprendimento di tutti i bambini.

      E’ inoltre da sottolineare il fatto che finché un corso sull’argomento in oggetto non farà parte integrante del programma di abiitazione all’insegnamento nella scuola elementare, non si riuscirà mai a perfezionare la didattica e si continuerà a dire: “Gianni non ha ottenuto dei risultati adeguati”, invece di “Non sono stato capace di trovare la metodologia idonea per tutti”.

      L’ideale sarebbe far adottare l’approccio diagnostico-prescrittivo nei primi 3-4 anni della scuola dell’obbligo e utilizzarlo fino a 9 anni, nonostante la maggior parte dei bambini abbia già acquisito gli strumenti fondamentali entro gli otto anni. Nei tentativi di rendere la scuola un luogo divertente, in molti casi, è stata trascurata la necessità di fornire al bambino con difficoltà di apprendimento il rinforzo, l’esercizio continuo e la verifica necessari per far sì che le abilità diventino automatiche. In passato, il bambino senza deficit è stato fortunato perchè non è stato sottoposto a esercizi non necessari (per lui), mentre il bambino con difficoltà di apprendimento ha sofferto, perché è stato privato di ciò che (per lui) era necessario.

      Dei due approcci contrapposti tutta la classe trattara in modo uniforme o un programma individuale per ogni bambino, né l’uno, né l’altro si mostra efficace per il bambino con difficoltà di apprendimento. Nessuno dei due approcci dà al bambino l’opportunità di esser seguito in modo individualizzato. Quello che è necessario è un insegnante sempre vigile all’acquisizione dei concetti e all’automatizzazione delle abilità di base, come la decodifica della parola scritta o le configurazioni matematiche.

      L’insegnante deve, perciò, diventare un insegnante diagnostico-prescrittivo. Infatti non ci si può considerare insegnanti se non si è in grado di percepire anche durante una sola lezione se i propri alunni stanno imparando o meno. Non c’è nulla di più frustrante per gli alunni dell’insegnante che continua a parlare quando loro hanno perso il filo e non capiscono più niente. Nel metodo di insegnamento diagnostico-prescrittivo, l’insegnante deve utilizzare tutte le conoscenze acquisite dai suoi alunni come base per i nuovi dati, come nella didattica del modello socratico ai livelli più alti.

     Non esiste un punto specifico di separazione tar un bambino con difficoltà di apprendimento e un altro che non le presenta. Sono state spesso raccontate storie di uomini famosi con difficoltà di apprendimento della letto-scrittura o dislessia che costituiscono un dato consolante per genitori turbati. Alcuni vanno orgogliosi della loro pessiama grafia; altri sono incapaci di consultare una carta stradale; altri ancora sono abilissimi negli studi letterari ma non sono capaci di calcolare il loro reddito imponibile o effettuare un’operazione bancaria. Essi sono afflitti da deficit di percezione che si presentano come piccole incertezze, perché sono oscurate dall’accecante luminosità delle altre abilità possedute e il fatto che certe cose richiedano un po’ più di tempo è considerato come un piccolo fastidio.

      Molti genitori, parlando del problema del loro figlio, ricordano di aver avuto essi stessi simili problemi, ma di minor gravità. Non si sa se ora i problemi son più gravi o se l’insegnante di oggi è più responsabile e atenta al progresso dei suoi alunni. C’è da sperare che sia vera la seconda ipotesi!

L’insegnamento diagnostico-prescrittivo nei primi anni della scuola elementare fornirà ad ogni bambino una solida base per la prosecuzione dell’istruzione.

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