Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

La valutazione iniziale e i criteri di identificazione

      Quando può essere assegnata la diagnosi di disturbo specifico di apprendimento? Se si considera la definizione, la diagnosi va assegnata quando vi è una difficoltà grave in importanti aree di apprendimento e non sono presenti i fattori di escluzione. In linea di principio tutti son d’accordo con questa definizione, ma di fatto vi possono essere grosse divergenze nelle procedure utilizzate. Per questa ragione si accorda la preferenza all’uso di test standardizzati di apprendimento per cui la prestazione del bambino con problemi può essere messa a confronto con quella di un campione di riferimento, cioè con quella di altri bambini della sua età.

      Per esempio, Roberto ha ottenuto ad un test standardizzato di lettura una prestazione bassissima, tale per cui solo una piccolissima percentuale di bambini della stessa età fa peggio di lui. Ma, tale sistema richiee che siano predefinite le variabili di apprendimento più importanti, le procedure idonee a valutarle e le prestazioni-criterio sotto le quali si può parlare di disturbo specifico di apprendimento. Generalmente su questi aspetti si riesce a trovare un sostanziale accordo (anche se, per esempio, l’insistenza sulle abilità strumentali di linguaggio, lettura, matematica, fa perdere di vista la complessità e varietà degli apprendimenti importanti soprattuto quando si ha a che fare con ragazzi più grandi). Vi è tuttavia chi ha proposto di dare più risalto al rapporto fra abilità intellettive generali e apprendimento.

      Il ragionamento può esser fatto in base al Quoziente d’Intelligenza (QI) che costituisce una stima complessiva delle abilità intellettive del bambino. Ebbene, si sa che un bambino al di sopra di un QI di 70 oggi non si propone più la diagnosi di ritardo mentale. Tuttavia un bambino con un QI piuttosto basso, per esempio 75, avrà molte probabilità di incontrare difficoltà di apprendimento.  Se un bambino del genere ha una bassa prestazione scolastica in una determinata area di apprendimento uguale a quella di un bambino con QI di 110, difficilmente i due bambini saranno confrontabili.

      Il secondo appare un caso più puro e chiaro di disturbo specifico. Con maggiore probabilità, il primo avrà difficoltà più estese, relative cioè a avarie aree e troverà, nella sua carriera scolastica, difficoltà a superarle. Proprio per differenziare casi come questi è stato proposto di valutare la discrepanza fra intelligenza e apprendimento. Dal punto di vista tecnico si può cercare di stimare, in base allo stesso principio, e cioè al rapporto ra età tipica per la prestazione ed età effettiva, sia il quoziente di intelligenza, sia il quoziente di apprendimento.

      Per esempio, un bambino di 10 anni, con prestazione intellettiva tipica di un bambino di 11 anni, prestazione di lettura confrontabile con quella di un bambino di 7 anni, ha un QI stimabile attorno al 110, un Quoziente di lettura stimabile attorno a 70 e quindi una discrepanza di ben 40 punti. Il caso di un bambino di 10 anni che legge come un bambino di 7 anni, ma ha prestazioni intelletive tipiche di un bambino di 8 anni è ben diverso, perché si può stimare il suo QI in 80, il suo Quoziente dilettura in 70 e quindi una discrepanza di soli 10 punti (secondo questa prospettiva si parlerebbe, nel caso in questione, di lentezza o ritardo nell’apprendimento, piuttosto che di disturbo specifico dell’apprendimento).

(C. Cornoldi)

Chi è implicato e quali sono i modelli di approccio

      Chi si occupa di disturbo specifico di apprendimento e dove?
 
 

      In base alla sia pur discussa normativa attuale (1998), solo casi di handicap e disturbi gravi di personalità possono godere di un aiuto diretto all’interno della scuola.

 

      La legge prevede che ad essi sia affiancato un insegnante di sostegno col compito di favorire l’integrazione dell’alunno all’interno della scula, promuovendo percorsi di apprendimento individualizzati e attività di mediazione fra le abilità dell’alunno e quelle dei compagni. In questi casi, può essere mossa una complessa macchina che prevede un’attività di esame e di programmazioe da parte dei servizi sociosanitari e talvolta una loro collaborazione nei seguire il bambino al di là dell’orario scolastico. Anche altri enti (Comuni, enti assistenziali privati) possono essere coinvolti a vario titolo. Il risultato può essere un grosso aiuto per il ragazzo, ma anche un eccessivo accanimento terapeutico, costoso, scoordinato, incapace di tener conto dei limiti di immagazzinamento del soggetto con handicap.

      Al contrario, negli altri casi di difficoltà di apprendimento  l’aiuto istituzionale offerto al bambino può essere modesto. Questo è un po’ un controsenso perché le possibilità di intervento e le promesse di miglioramento sono maggiori. Allo stato attuale, di questi bambini si fanno carico – all’interno della scuola: là dove esistono e la cosa è possibilie  operatori pedagogisti o psicopedagogisti, da un lato, e insegnanti di sostegno, dall’altro. Gli stessi insegnanti di classe, se sensibilizati, possono rivolgere uno sguardo di particolare attenzione ai bambini con disturbo specifico di apprendimento della loro classe. Esse, tuttavia, nei casi fortunati, possono contare sull’aiuto di servizi esterni alla scuola, collocati presso Unità socio-sanitarie o altri enti, spesso convinzionati e quindi a basso costo per la famiglia, ove il bambino può esser portato per un esame e un trattamento svolto in collaborazione con la scuola.

      Attualmente le figure professionali che possono offrire un aiuto alle famiglie e alle scuole sono: il pedagogista, lo psicologo e il neuropsichiatra infantile. In linea di principio queste figure hanno mansioni diferenziate. Il neuropsichiatra dovrebbe curare soprattutto il versante neurologico (ha il bambino evidenti danni neurologici? Può un trattamento di tipo medico, per esempio farmacologico, aiutarlo?). Lo psicologo dovrebbe esaminare il profilo psicologico del bambino: quali variabili emotive, motivazionali, cognitive influenzano le sue difficoltà? Come sta avvenendo il suo apprendimento? Su quali variabili e come sarebbe più facile incidere per ovviare ai suoi problemi? Il pedagogista (o psicopedagogista) dovrebbe soprattutto provvedere a creare le premesse per la collaborazione con la scuola e con l’insegnante e sintonizzare il percorso riabilitativo proposto per il bambino con quello didattico che sta seguendo a scula.

      In realtà, vi può essere una discreta sovrapposizione fra le mansioni svolte da queste figure professionali. In particolare, molti esperti del settore son dubbiosi sulla capacità di offrire informazioni rilevanti e sull’utilità pratica degli esami neurologici,  peraltro costosi e spiacevoli per il bambino, per cui il neuropsichiatra infantile – soprattutto se ha mansioni di coordinamento di una équipe – finisce con l’occuparsi anche degli aspetti psicologici e pedagogici.

      D’altra parte nessuna delle tre figure citate è per definizione competente di difficoltà di apprendimento. Date le numerose specializzazioni esistenti all’interno della psicologia, nemmeno il titolo di psicologo garantisce il possesso di competenze in questo campo. Esistono, tuttavia, dei corsi specifici di perfezionamento e specializzazione che preparano i  professionisti che vogliono lavorare con bambini in difficoltà di apprendimento (uno di essi è attivo da molti anni pressola Facoltà di Psicologia di Padova) ed è stata creata un’associazione che riunisce operatori esperti in questo settore (AIRIPA e ha sede presso la Facoltà).

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