Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

Quali condizioni portano a difficoltà di apprendimento

Anche nel settore dei disturbi dell’apprendimento, molti si lasciano abbagliare da tecniche alternative, che talora inducono ad abbandonare interventi più consolidati, producendo scompensi nella famiglia  e disagio nel bambino.

      I problemi emotivo-motivazionali sono spesso conseguenza di una difficoltà specificamente legata all’area dell’apprendimento. Infatti, è piuttosto improbabile che un bambino con difficoltà di apprendimento non sviluppi vissuti emotivi e affettivi particolari. Bambini che all’inizio della prima elementare non avevano alcuna percezione dei loro limiti  d’apprendimento, già nel corso dell’anno possono mutare in maniera sostanziale i propri stati d’animo e la loro autopercezione. A causa della pervasività di questi stati psicologici, appare problematico capire se il bambino ha innanzitutto problemi emotivo-motivazionali che favoriscono una difficoltà di apprendimento o viceversa. Spesso ci si preoccupa di chiarire questo punto non soltanto per dare una diagnosi corretta, ma anche per prescrivere il trattamento più adeguato. In linea di principio, si potrebbe infatti pensare che, quando il problema primario è nella sfera emotivo-motivazionale, sia opportuno procedere con un intervento ad una psicoterapia, e quando invece il problema primario interessa la sfera specifica dell’apprendimento, si debba prevedere un intervento centrato su tali difficoltà.

      Tuttavia, nella pratica, si è visto che i migliori successi si sono ottenuti quando si è lavorato su entrambi i fronti, per il fatto che l’aspetto originariamente meno importante – se pure la diagnosi che l’aveva identificato come secondario era corretta – può a tal punto sedimentarsi nel bambino da diventare estremamente rilevante e da indurre effetti di ritorno sul fattore primario. Per esempio, il bambino con forti reazioni emotive all’apprendimento (si parla talora in questi casi di inibizione o blocchi dell’apprendimento o, nelle situazioni più estreme e pervasive, di inibizioni intellettive) perviene di fatto ad apprendimenti modesti e ad esperienze di insuccesso che consolidano lo stato d’animo negativo nei confronti dell’apprendimento e creano lacune in acquisizioni basilari che, se non colmante, non consentiranno gli apprendimenti più complessi che basano su quelle acquisizioni.

      Le caratteristiche della personalità dell’individuo possono essere più o meno propizie per un buon apprendimento o per la capacità di affrontare le difficoltà di apprendimento. Alcuni si son domandati se, a parità di disturbo presentato durante la carriera scolastica, vi siano caratteristiche di personalità che fanno presagire una migliore capacità di superarle o convivere con esse, in maniera da raggiungere migliori soddisfazioni nella vita adulta. Recenti ricerche hanno individuato come facilitanti le seguenti caratteristiche:

  • coscienza di sé;
  • persistenza;
  • capacità di accettare il proprio problema di apprendimento;
  • stabilire e pianificare realisticamente i propri obiettivi;
  • partecipazione ad attività sociali;
  • reazioni adeguate allo stress e alle frustrazioni.

      Queste caratteristiche possono risultare ovvie, però, da un lato evidenziano l’influenza che la personalità ha sul decorso della difficoltà d’apprendimento e, dall’altro lato, fanno toccare con mano una serie di importanti variabili su cui non sempre si lavora in maniera sufficiente.

I problemi interpersonali sono così diffusi nei bambini con difficoltà di apprendimento da indurre a considerarli elemento caratterizzante e a proporre una specifica categoria di disturbi specifici di apprendimento, caratterizzata dalla incapacità di apprendere a stare con gli altri.

      Queste posizioni estreme non hanno trovato molto credito, perché è stato osservato che vi sono diversi casi di difficoltà sociali ma che al tempo stesso presentano un ottimo apprendimento. Per esempio, gli alunni  iperdotati manifestano frequentemente difficoltà a interagire coi loro compagni e, tuttavia, – se posti nel contesto adeguato – presentano un apprendimento che non solo non è carente, ma addirittura eccezionale.

      Resta comunque il fatto che molti bambini con difficoltà di apprendiemto, anche se non tutti, hanno difficoltà sociali. Un tratto requente è la scarsa popolarità che essi godono presso i compagni, i quali spesso manifestano scarso desiderio di stare con loro o anche un vero e proprio rifiuto. In un libro del 1996, Wong, oltre ad osservare che la bassa popolarità riguarda ancora di più le femmine dei maschi, analizzava otto cause che avrebbero potuto indurre questa condizione. Di esse, due sono relative agli aspetti comunicativi:

  • difficoltà ad ascoltare gli altri;
  • difficoltà ad esprimersi.

Le altre sei possibili cause di impopolarità sono relative alle abilità sociali vere e proprie:

  1. scarsa percezione sociale (per es., incapacità a comprendere gli stati d’animo degli altri);
  2. difficoltà di mettersi nel punto di vista di un altro;
  3. minore conoscenza o propensione a seguire spontaneamente le convenzioni sociali;
  4. difficoltà a comprendere dei segnali comunicativi non verbali;
  5. mancanza di motivazione;
  6. differenziazione delle situazioni sociali.

      I dati su questi temi non sono sempre univoci, anche perché entrano in gioco vari fattori che complicano il quadro. Per esempio, un bambino con gravi deficit intellettivi non è in grado di svolgere molte delle attività sociali e ludiche dei coetanei e dà loro l’impressione di dover assistere un fratellino minore, cosa che si fa volentieri di tanto in tanto ma non certo normalmente. Al contrario, i bambini iperattivi sono molto impulsivi, non aspettano il loro turno e tendono a interferire con i ritmi sociali dei loro compogni.

      Il disagio nell’interazione sociale di tipo formale con gli adulti può avere, per il ragazzo con difficoltà di apprendimento, delle serie conseguenze associate a comportamenti devianti e microcriminali. In effetti studi sugli adolescenti, illustrano che le principali condizioni di rischio sono rappresentate, in questa fase del ciclo di vita, dall’insuccesso scolastico, da problemi sociali (oltre che ovviamente da sistemi di valori, caratteristiche della personalità, situazione familiare, gruppo sociale di riferimento). Alcuni studi hanno però messo in luce come, più che una maggiore incidenza di comportamenti devianti, si tratti di una maggiore difficoltà a venirne fuori, una volta che ci si è cascati. Un aspetto di tale disagio è rappresentato proprio dall’incapacità di interagire con gli adulti, per esempio con la polizia o con la magistratura.

(…) I disturbi specifici di apprendimento [learning disabilities] costituiscono un termine di carattere generale che si riferisce  a un gruppo eterogeneo di disordini che si manifestano con significative difficoltà nell’acquisizione e uso di abilità di comprensione del linguaggio orale, espressione linguistica, scrittura, ragionamento, o matematica. Questi disordini sono intrinseci all’individuo, presumibilmente legati a disfunzioni del sistema nervoso centrale e possono essere presenti lungo l’intero arco di vita. Problemi relativi all’autoregolazione del comportamento, alla percezione e interazione sociale possono essere associati al disturbo di apprendimento, ma non costituiscono, per se stessi, dei disturbi specifici di apprendimento. Benché possano verificarsi in concomitanza con altre condizioni di handicap (per esempio, danno sensoriale, ritardo mentale, serio disturbo emotivo) o con influenze esterne come le differenze culturali, insegnamento insufficiente o inappropriato, i disturbi specifici di apprendimento non sono il risultato di queste condizioni o influenze.

(C. Cornoldi)

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