Autismo, DSA e…

Dott.ssa Donatella Ghisu Ψ

La dislessia come problema

      Descrivere l’universo del dislessico, analizzare il suo modo di essere-nel-reae-in-quanto-dislessico, capire le sua condizione non come condizione disorganizzata, ma come tipo di consapevolezza in rapporto con un mondo organizzato ma solo in base al nostro sistema di significati, credo sia la prima cosa da affrontare, il primo modo per entrare in relazione col mondo della dislessia.

      Il dislessico, infatti, non è un individuo per il quale le cose non hanno senso o le parole hanno perduto il loro significato. Per lui le cose, le azioni, le parole hanno un significato per lui, che si scontra con le cose, le parole scritte e parlate, le azioni ed i semplici gesti che hanno un significato per gli altri. Questo provoca una situazione permanente di rettificazione, una corsa a punti di riferimento che talvolta riesce, talvolta incontra periodi buoni e cattivi, altre ancora si perde e sprofonda in modo crescente e senza speranza.

      L’universo dei significati per lui prima di incontrare quello degli altri, non è caotico. Le cose, di fronte a lui, sono come per tutti, ma i rapporti con esse divengono mobili, sfuggenti, oscillanti tra un genere e l’altro. Il dislessico non riesce a porsi da un punto di vista unitario e vive in un universo siffatto in modo cronico. L’ambiguità del significato esiste per lui, in ogni dimensione del suo mondo: direzione, significato, punto di vista, sentimento, simbolo. E, ad ogni movimento, emerge un doppio significato: il suo e quello degli altri.

      La dislessia è, dunque, uno degli effetti inevitabili di uno stato particolare della relazione io-universo e ciò emerge quando il bambino inizia a rapportarsi col mondo della lettura. Sia che dipenda da una cattiva lateralizzazione, da un mancinismo contrariato (sempre più raro), da turbe affettive o da un’insufficiente strutturazione spazio-temporale, l’universo del futuro del dislessio diviene come il suo io: ambiguo e incerto.

      L’apprendimento della lettura è la prova rivelatrice di tale stato particolare in cui l’io è insicuro in un universo disorientato e disorientante. I numeri, diversamente dalle parole, sono colpiti in misura differente. Pertanto, definire la dislessia è un po’ ridurla e ricondurla a ciò che effettivamente è, uno stato che emerge ed è provocato dalla richiesta di leggere e scrivere e che trova queste persone, nell’impossibilità di integrare la relazione tra soggetto e universo.

      Sollecitare la lettura è, in tal senso,  favorire l’emergere dell’impotenza del soggetto. L’universo del dislessico è caratterizzato dall’ambiguità delle distanze e delle posizioni relative delle cose fra di loro. Il rapporto tra il soggetto e le cose stesse è stabile, ma i rapporti spaziali delle cose fra loro sono mobili e le posizioni nello spazio e nel tempo divengono incerte e mutevoli. Accade che il soggetto cerchi o aspetti gli oggetti in una direzione che, invero, vengon fuori da un’altra. L‘ambiguità delle forme  e dei significati, deriva dall’instabilità del loro orientamento e quindi del loro significato anche se, le forme in sé, sono percepite relativamente bene.

      La storia della dislessia è molto conosciuta.  Si parla di dislessia costituzionale e di dislessia evolutiva. Nella prima, considerata più grave e meno curabile, c’è un collegamento con una lateralizzazione mal strutturata e coi disturbi del linguaggio; la seconda, invece, emerge coi primi esercizi scolastici a causa di un difettoso metodo di apprendimento. Vi è, inoltre, una terza forma di dislessia: quella affettiva, diagnosticata nei casi in cui non siano trovati né disturbi del linguaggio, né della strutturazione spazio-temporale, e in cui solo un blocco affettivo giustifichi tale fenomeno. Ovviamente tutte queste distinzioni nella pratica lasciano il tempo che trovano.

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